Fighting Seeds · Prato Mediterraneo · Sannicandro di Bari

Agenìa

Davide Gallo

finalmente gli alberi mi toccheranno,
i fiori avranno tempo per me.
Sylvia Plath — I am vertical (1961)
guardateli, loro sono i semi, guardateli nella loro rabbia piena, nei loro occhi pesanti come la fame.

Prologo
Arrivano gli uomini coi loro coltelli non so né dove né quando ma arrivano e non portano pelli non hanno molteplici facce sui dorsi. Il consueto odore di cenere e vittoria portano, le loro carni nude sui miei rami, la colpa diffusa come sudore su di noi che siamo i coriandoli di una festa a cui non credono per questo passano con le loro gambe di mandorla sassi come incubi che il torrente svolge al fondo le spine sugli stinchi amalgamate per loro sono punte di un amplesso. Arrivano uomini come coltelli sciolti dal serramanico e impartiscono alle mie vicine la misura dell’elezione
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Sumac
Io c’ero, avevo grandi polmoni e intorno ombrelli bianchi a riparare le processionarie o i nostri occhi moltiplicati come alveoli. C’era rosso tutto intorno, una tempesta spazzava inorridita quella valle di licheni e guizzando dai corpi intrecciava le calendule alle ortiche. I suoi occhi erano bottoni spalancati come fanali d’agosto mentre cinghiali attraversano roventi lo scarto dell’estate. Spiccavano monete dagli occhi, scavando la materia di ogni storia e il tempo braccato dallo spazio curvava nel gorgo – filo che zampilla dietro l’ago – tessendo nel vapore ogni goccia di quel sangue quasi a ricomporlo in un’immagine: pensa a sé bambina, alla valle delle ortiche a quando con la punta delle dita mescolava sputo sui licheni ed era inchiostro o sangue per cerchiare i palmi e le spalle degli amici. Così ho saputo la morte come si abbottona cosa inventa nelle fiabe per adornarsi il manto.
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Rovi di More
Non avevo dubbi dieci anni fa quando dei miei rami feci ostili tralicci, stretti attorno all’aria: del terrore ho fatto la mia storia. Una famiglia si tiene tra le costole i tumori, nei cassetti lettere di amanti come denti neri lasciati sotto ai materassi. Ho fatto belle le mie foglie lunghi cordami di spine per segnare sulla pelle delle bisce questa rabbia. Le mie braccia sono gomitoli ora vuoto che si torce su sé stesso. Se le gambe non si fanno esili al passaggio prenderò quel che è dovuto sarà la pelle lacera della mia bandiera una muta da lasciare sull’entrata. Quando venne lei avevo bocche da sfamare figlie predilette, occhi come serpi inamidate nel sale perenne della cova. Nella fretta si ingannarono i suoi piedi il ricamo dei miei anni sulle sue caviglie. La mia trincea strappò il necessario, madre contro madre, corpo sconfinato su cui le scolopendre si ammassavano in una foga del sangue raccogliendo piccoli relitti di pelle per tornare con le preziose squame.
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Olive
Siamo cadute per caso quella notte rauche tra le braccia della terra – impellenze da vivi setacciavano severe le armature alle cetonie e fragori di bambini con la polpa nelle gambe sempre pronta a piegarsi dietro i rovi -. Eravamo superbe nel nostro giardino crescevamo senza sfide, senza amici ai confini erano pale mezze morte fichi d’india come vele atterrate senza occhi agli argini del mondo Ma quella notte qualcuno oltrepassò quei tristi rovi oltre gli argini divini una maschera annerita attorno a due bottoni portava il mondo tra le braccia e la sentimmo trascinarsi con le vesti sulle foglie.
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Asfodelo
Nella notte ci svegliò l’arsura con cui si avvinghiò a noi sparsa tra le urla e gli incavi dei nostri rami. Si addormentò presto, le sussurravamo allora qualcosa oltre la morte, qualcosa da portare nella tasca o tra le dita. Passavamo lente sulle guance a dirle dopo, come, perché.
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Arance
La vediamo entrare nell’aranceto c’è un pigmento, negli occhi un furore del giorno. Entra, copre con l’ombra un formicaio esce, nel pastrano lungo di capra si dispera. Quindi rientra, si copre le ginocchia di terra ha una veste bianca come la morte recita tre, quattro parole in fila coglie alcune di noi pone un corpo bambino in una nicchia lo copre con le nostre scorze gli zigomi lucidi dei nostri corpi sanguinano un nuovo frutto ora
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Conclusione — Parla Agenìa
Tutte queste case che tu abiti si riempiono e si svuotano all’istante c’è un’immagine chiara sulle porte le tue spalle regolari e i tuoi silenzi un saluto accennato con la mano come i timidi viaggiatori che attendono fuori l’aeroporto e da lontano non sanno se chi arriva è famigliare oppure un’ombra. In tutte queste case in cui ti vedo sotto l’arco un po’ ombreggiato dai fichi, le pietre sono un respiro muschio che si alza e poi si stira quando con la mano ti saluto. Questo lungo cercarsi negli sguardi mobilita la morte a farsi avanti per concedere un istante una pietra gigante nel deserto sotto cui parlarci ancora.
Fighting Seeds · Mediterranean Meadow · Sannicandro di Bari

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Texts, voices, linguistic drifts from the field

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