Fighting Seeds · Prato Mediterraneo · Sannicandro di Bari
Agenìa
Davide Gallo
finalmente gli alberi mi toccheranno,
i fiori avranno tempo per me.
Sylvia Plath — I am vertical (1961)
i fiori avranno tempo per me.
Sylvia Plath — I am vertical (1961)
guardateli, loro sono i semi, guardateli
nella loro rabbia piena, nei loro occhi
pesanti come la fame.
Prologo
Arrivano gli uomini coi loro coltelli
non so né dove né quando
ma arrivano e non portano pelli
non hanno molteplici facce sui dorsi.
Il consueto odore di cenere e vittoria
portano, le loro carni nude
sui miei rami, la colpa
diffusa come sudore su di noi
che siamo i coriandoli
di una festa a cui non credono
per questo passano con le loro gambe di mandorla
sassi come incubi che il torrente svolge al fondo
le spine sugli stinchi amalgamate
per loro sono punte di un amplesso.
Arrivano uomini come coltelli sciolti dal serramanico
e impartiscono alle mie vicine la misura dell’elezione
◆ ◆ ◆
Sumac
Io c’ero, avevo
grandi polmoni e intorno
ombrelli bianchi a riparare
le processionarie o i nostri
occhi moltiplicati come alveoli.
C’era rosso tutto intorno, una tempesta
spazzava inorridita quella valle di licheni
e guizzando dai corpi
intrecciava le calendule alle ortiche.
I suoi occhi erano bottoni
spalancati come fanali d’agosto
mentre cinghiali attraversano roventi
lo scarto dell’estate. Spiccavano
monete dagli occhi, scavando
la materia di ogni storia
e il tempo braccato dallo spazio
curvava nel gorgo – filo
che zampilla dietro l’ago –
tessendo nel vapore
ogni goccia di quel sangue
quasi a ricomporlo in un’immagine:
pensa a sé bambina, alla valle delle ortiche
a quando con la punta delle dita
mescolava sputo sui licheni ed era inchiostro
o sangue per cerchiare i palmi
e le spalle degli amici.
Così ho saputo la morte
come si abbottona
cosa inventa nelle fiabe
per adornarsi il manto.
◆ ◆ ◆
Rovi di More
Non avevo dubbi dieci anni fa
quando dei miei rami feci ostili
tralicci, stretti attorno all’aria:
del terrore ho fatto la mia storia.
Una famiglia si tiene tra le costole
i tumori, nei cassetti lettere
di amanti come denti neri
lasciati sotto ai materassi.
Ho fatto belle le mie foglie
lunghi cordami di spine
per segnare sulla pelle delle bisce
questa rabbia.
Le mie braccia sono gomitoli ora
vuoto che si torce su sé stesso.
Se le gambe non si fanno esili al passaggio
prenderò quel che è dovuto
sarà la pelle lacera della mia bandiera
una muta da lasciare sull’entrata.
Quando venne lei avevo bocche da sfamare
figlie predilette, occhi come serpi inamidate
nel sale perenne della cova.
Nella fretta si ingannarono i suoi piedi
il ricamo dei miei anni
sulle sue caviglie. La mia trincea
strappò il necessario, madre
contro madre, corpo
sconfinato su cui le scolopendre
si ammassavano in una foga del sangue
raccogliendo piccoli relitti
di pelle per tornare con le preziose squame.
◆ ◆ ◆
Olive
Siamo cadute per caso quella notte
rauche tra le braccia della terra
– impellenze da vivi setacciavano
severe le armature alle cetonie
e fragori di bambini con la polpa nelle gambe
sempre pronta a piegarsi dietro i rovi -.
Eravamo superbe nel nostro giardino
crescevamo senza sfide, senza amici
ai confini erano pale mezze morte
fichi d’india come vele
atterrate senza occhi agli argini del mondo
Ma quella notte
qualcuno oltrepassò quei tristi rovi
oltre gli argini divini
una maschera annerita attorno a due bottoni
portava il mondo tra le braccia
e la sentimmo trascinarsi
con le vesti sulle foglie.
◆ ◆ ◆
Asfodelo
Nella notte ci svegliò l’arsura con cui si avvinghiò a noi
sparsa tra le urla e gli incavi dei nostri rami.
Si addormentò presto, le sussurravamo allora qualcosa
oltre la morte, qualcosa da portare nella tasca o tra le dita.
Passavamo lente sulle guance
a dirle dopo, come, perché.
◆ ◆ ◆
Arance
La vediamo entrare nell’aranceto
c’è un pigmento, negli occhi
un furore del giorno.
Entra, copre
con l’ombra un formicaio
esce, nel pastrano lungo di capra
si dispera.
Quindi rientra, si copre le ginocchia di terra
ha una veste bianca come la morte
recita tre, quattro parole in fila
coglie alcune di noi
pone un corpo bambino in una nicchia
lo copre con le nostre scorze
gli zigomi lucidi dei nostri corpi
sanguinano un nuovo frutto ora
◆ ◆ ◆
Conclusione — Parla Agenìa
Tutte queste case che tu abiti
si riempiono e si svuotano all’istante
c’è un’immagine chiara sulle porte
le tue spalle regolari e i tuoi silenzi
un saluto accennato con la mano
come i timidi viaggiatori che attendono
fuori l’aeroporto e da lontano
non sanno se chi arriva è famigliare
oppure un’ombra.
In tutte queste case in cui ti vedo
sotto l’arco un po’ ombreggiato
dai fichi, le pietre sono un respiro
muschio che si alza e poi si stira
quando con la mano ti saluto.
Questo lungo cercarsi negli sguardi
mobilita la morte a farsi avanti
per concedere un istante
una pietra gigante nel deserto
sotto cui parlarci ancora.
Fighting Seeds · Mediterranean Meadow · Sannicandro di Bari
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